Golfista senior durante un test del driver – shaft, velocità di swing e distanzaDopo 18 mesi e 41 driver testati, i dati mostrano perché l’età da sola non basta per scegliere loft, shaft, peso e lunghezza del driver.

Un golfista senior ha necessariamente bisogno di uno shaft con flex Senior? Dovrebbe scegliere un driver più leggero, più lungo e con un loft maggiore per compensare una velocità di swing che può diminuire con l’età? Tra novembre 2015 e il 2017 abbiamo utilizzato le numerose sessioni di test effettuate con Jean, golfista amatoriale di 66 anni con handicap 24, per mettere alla prova alcune di queste convinzioni attraverso i dati rilevati con TrackMan. Quasi dieci anni dopo, grandi database contenenti milioni di drive giocati da golfisti dilettanti ci permettono di rileggere quell’esperienza con una prospettiva nuova. E, su diversi punti fondamentali, le conclusioni di allora restano sorprendentemente attuali.

Un golfista senior, 18 mesi di dati e 41 driver

A partire dal novembre 2015, Jean, allora 66enne con handicap 24, ha partecipato regolarmente ai nostri test di attrezzatura. Nell’arco di 18 mesi ha provato 141 bastoni in diverse configurazioni, tra cui 41 driver. Il valore del suo caso non risiede, naturalmente, nella rappresentatività statistica: un solo golfista non può rappresentare l’intera popolazione senior. L’interesse era altrove. Misurando ripetutamente lo stesso giocatore con lo stesso launch monitor, utilizzando palline e condizioni di test mantenute il più possibile comparabili, abbiamo accumulato abbastanza dati per osservare come si comportava con differenti tipologie di teste, loft, flex, pesi e lunghezze degli shaft. L’articolo originale non era stato concepito come uno studio scientifico. Era nato dall’accumulo progressivo di queste misurazioni e da una domanda diventata sempre più difficile da ignorare: le raccomandazioni abitualmente rivolte ai golfisti senior nella scelta del driver resistono davvero alla prova dei dati?

Questa cautela metodologica resta fondamentale anche nel 2026. Non possiamo trasformare i risultati di Jean in una regola universale. Oggi, però, possiamo confrontarli con database di dimensioni completamente diverse. Il rapporto Arccos pubblicato nel 2026, per esempio, prende in considerazione oltre 37.000 golfisti che hanno registrato almeno 100 drive ciascuno, per un totale di quasi 9,7 milioni di colpi con il driver effettivamente giocati sul campo nel corso del 2025. Questa enorme quantità di dati conferma due fenomeni particolarmente interessanti per il nostro argomento: la distanza tende a diminuire con l’età, ma il livello di gioco rimane un fattore altrettanto importante.

Con l’età la distanza diminuisce, ma la realtà è più complessa

Quando confrontammo i risultati di Jean nelle stagioni 2015-2016 e 2016-2017, rilevammo una diminuzione di appena 0,5 mph nella velocità media dello swing nell’arco di 18 mesi. La differenza era troppo piccola e il nostro campione troppo limitato per ricavarne una regola generale sull’invecchiamento. Un altro dato, però, attirò la nostra attenzione: i suoi drive migliori restavano molto simili da una stagione all’altra. Sembrava quindi diminuire non tanto il suo potenziale massimo, quanto la capacità di riprodurlo con la stessa regolarità. Nelle nostre misurazioni questa evoluzione poteva tradursi in circa cinque metri di perdita sulla distanza totale media.

Quasi dieci anni dopo, i dati Arccos permettono di collocare questa osservazione individuale in un contesto molto più ampio. Tra i golfisti uomini con handicap compreso tra 20 e 24,9 — quindi relativamente vicini al profilo di Jean — nel 2025 la distanza media con il driver era di 193 yard per i giocatori tra 50 e 59 anni, 188 yard per quelli tra 60 e 69 anni e 168 yard per quelli tra 70 e 79 anni, equivalenti rispettivamente a circa 176, 172 e 154 metri. L’handicap, tuttavia, continua a fare una grande differenza: tra gli uomini nella fascia dei sessant’anni, Arccos registra una media di 227 yard per i giocatori con handicap da 0 a 4,9, contro appena 165 yard per quelli con handicap pari o superiore a 30. L’età conta, quindi, ma racconta soltanto una parte della storia.

Anche la biomeccanica offre un’altra chiave di lettura. Uno studio condotto su 17 golfisti uomini con un’età media di 62,2 anni, analizzati mediante un sistema di motion capture Vicon e TrackMan, ha rilevato velocità della testa del bastone e della pallina inferiori rispetto a quelle osservate in popolazioni più giovani, oltre ad alcune differenze nella cinematica del tronco e della parte inferiore del corpo. I ricercatori hanno però sottolineato la necessità di considerare insieme forza, mobilità, equilibrio e strategie individuali di movimento, anziché ridurre l’invecchiamento a una semplice data di nascita. Altri studi mostrano inoltre che la velocità non è necessariamente una variabile immutabile: in una ricerca su golfisti uomini con un’età media di 70,7 anni, un programma di otto settimane basato su mobilità, stabilità, equilibrio e forza ha prodotto un miglioramento significativo della velocità massima della testa del bastone.

La prima lezione del nostro test con Jean rimane quindi pienamente valida: essere senior descrive un’età, non una velocità di swing e, soprattutto, non un unico modo di muovere un bastone da golf.

Una testa più tollerante non trasforma automaticamente la distanza

All’epoca avevamo inoltre suddiviso i driver tra modelli che definivamo “Improvement” e “Player”. La terminologia è cambiata e oggi i confini tra le diverse categorie sono ancora meno netti, ma l’obiettivo era confrontare teste progettate soprattutto per offrire maggiore tolleranza con modelli rivolti a giocatori maggiormente interessati al controllo, alla possibilità di lavorare la traiettoria o all’ottimizzazione dello spin. TaylorMade M1, XXIO Prime e Mizuno JPX-EZ, citati nello studio originale, appartengono naturalmente a una precedente generazione di attrezzatura. Vanno considerati come gli strumenti utilizzati nell’esperimento e non come consigli d’acquisto per il 2026.

Con Jean, tuttavia, la differenza media di distanza totale tra le due categorie era di appena tre metri, mentre lo smash factor medio passava solamente da 1,41 a 1,42. Questo non significa che tutte le teste dei driver siano equivalenti. Momento d’inerzia, posizione del centro di gravità, distribuzione delle masse e comportamento sui colpi decentrati possono produrre differenze reali. I nostri dati dimostravano semplicemente quanto fosse difficile prevedere la prestazione di un golfista basandosi soltanto sulla categoria commerciale alla quale appartiene un driver. Almeno nel caso di Jean, i numeri non mostravano alcuna rivoluzione.

Più loft? Sì, ma non automaticamente più distanza

Il loft produsse risultati decisamente più evidenti. Passando da circa 9,5 a 12 gradi, l’angolo di lancio di Jean aumentava da circa 12 a 16 gradi, mentre lo spin passava da circa 3.000 a 3.400 rpm. Ancora una volta, però, non era possibile concludere che un senior dovesse scegliere sistematicamente il loft più elevato disponibile. Nelle nostre misurazioni, 10 gradi produssero la migliore distanza media di Jean, pari a 158 metri, contro una media generale di 153 metri per le configurazioni considerate. Nel confronto tra le configurazioni da 9 e 12 gradi, tuttavia, quella con maggiore loft risultava più favorevole.

Questo è uno dei punti dell’articolo originale che merita una precisazione nel 2026. All’epoca avevamo associato il loft maggiore a una riduzione dello smash factor, spiegandola in parte con una minore “compressione” della pallina e con la possibilità che questa “scivolasse” maggiormente sulla faccia. Era una spiegazione troppo semplificata. Lo smash factor rappresenta il rapporto tra velocità della pallina e velocità della testa del bastone ed è influenzato da diversi fattori, tra cui il punto d’impatto sulla faccia, il loft dinamico e le condizioni effettive dell’impatto. È quindi più rigoroso conservare ciò che avevamo realmente misurato — angolo di lancio, spin, velocità e distanza — evitando di attribuire le variazioni osservate a una sola causa.

La conclusione generale resta valida: un loft maggiore può aiutare un giocatore relativamente lento a creare condizioni di lancio più favorevoli, ma il loft ottimale non viene determinato dall’età. Dipende dalla velocità, dal loft dinamico all’impatto, dall’angolo d’attacco, dallo spin e dalla qualità del contatto.

Un senior ha davvero bisogno di uno shaft Senior?

Era la domanda centrale della nostra analisi nel 2017 ed è probabilmente la parte dell’esperimento che ha resistito meglio al passare del tempo. Confrontando i risultati ottenuti da Jean con shaft Senior, Regular e Stiff, non rilevammo alcuna superiorità evidente del flex Senior. Anzi, Jean ottenne i risultati migliori con uno shaft Regular, nonostante una velocità di swing relativamente contenuta. Tra alcune configurazioni Regular e Stiff, la differenza in termini di distanza era di appena tre metri. Con lo shaft Senior testato registrammo inoltre circa 400 rpm di spin in più rispetto ad alcune delle altre configurazioni.

Anche in questo caso sarebbe sbagliato trasformare il risultato in una nuova regola secondo cui un Regular sarebbe migliore di un Senior per i golfisti più anziani. La conclusione è esattamente l’opposto: la lettera stampata sullo shaft non basta per prescrivere quello giusto. Senior, Regular e Stiff sono indicazioni utili per posizionare approssimativamente un prodotto all’interno della gamma di un produttore, ma non costituiscono unità di misura universali che permettano di confrontare direttamente tutti gli shaft presenti sul mercato. Peso, profilo di rigidità, torque, bilanciamento complessivo del bastone, lunghezza, transizione del giocatore e costanza dell’impatto contribuiscono insieme al risultato. Due golfisti con la stessa velocità della testa del bastone possono caricare lo shaft in modo molto diverso, mentre un giocatore relativamente lento può perfettamente trovare maggiore regolarità con un profilo leggermente più rigido.

Per questo la domanda «Ho più di 60 anni, devo passare a un flex Senior?» è probabilmente la domanda sbagliata.

Non si fa il fitting di un’età. Si fa il fitting di un golfista.

Il peso dello shaft ha prodotto differenze molto più importanti

Quando smettemmo di osservare soltanto la lettera stampata sullo shaft e iniziammo a considerare il peso, le differenze divennero decisamente più significative. Gli shaft testati da Jean andavano da 36 a 68 grammi. In questa particolare serie di prove, all’aumento del peso corrispondeva complessivamente una diminuzione della velocità della testa del bastone e della pallina, mentre tra le configurazioni più estreme la differenza raggiungeva 13 metri di distanza.

Ancora una volta, sarebbe un errore trasformare questa osservazione in una nuova prescrizione secondo cui un golfista senior dovrebbe utilizzare lo shaft più leggero possibile. Il peso modifica le sensazioni, il tempo dello swing e il bilanciamento generale del bastone, e interagisce con il peso della testa, la lunghezza del driver e il modo in cui il giocatore organizza il proprio movimento. Uno shaft più leggero può consentire ad alcuni golfisti di generare maggiore velocità, ma quella velocità aggiuntiva ha valore soltanto se vengono mantenuti controllo e qualità del contatto sufficienti. L’esperienza di Jean lo mostrò ancora più chiaramente quando analizzammo la lunghezza dello shaft.

Più lungo e più veloce, ma non necessariamente migliore

È probabilmente il risultato più sorprendente dell’intero esperimento. Con un driver da 44,75 pollici, Jean produceva uno smash factor di 1,46. Portando lo shaft a 46,5 pollici, lo smash factor scendeva a 1,39. Allo stesso tempo, però, la sua velocità di swing raggiungeva 77,9 mph, circa 7 mph in più rispetto allo shaft più corto. Sulla carta, la formula sembrava perfetta: aumentare il raggio dello swing per generare maggiore velocità della testa del bastone. Nella pratica, Jean incontrava maggiori difficoltà nel centrare l’impatto e la velocità aggiuntiva non si traduceva proporzionalmente in maggiore distanza.

È interessante confrontare questo risultato individuale con la letteratura scientifica. Studi condotti con golfisti di alto livello hanno mostrato che aumentare la lunghezza del driver può effettivamente incrementare la velocità iniziale della pallina e potenzialmente il carry, senza però garantire che l’aumento della velocità della testa del bastone si trasformi in un guadagno equivalente di distanza. Altri lavori hanno evidenziato come la lunghezza interagisca con swingweight, momento d’inerzia e condizioni di lancio. Il punto importante, nel caso di Jean, non è quindi sostenere che i driver più lunghi “non funzionano”, ma ricordare che il loro effetto dipende dal golfista che li utilizza.

Per un senior con handicap 24, guadagnare alcune mph serve a poco se la qualità dell’impatto peggiora abbastanza da assorbire il vantaggio. Ed è esattamente ciò che suggerivano le nostre misurazioni TrackMan.

Cosa aggiungono quasi dieci milioni di drive all’esperienza di Jean

I dati Arccos pubblicati nel 2026 aggiungono infine una dimensione che all’epoca era molto più difficile da quantificare: ciò che accade realmente sul campo. Su quasi dieci milioni di drive registrati durante il 2025, la distanza media maschile è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2018, nonostante otto anni di ulteriore evoluzione dell’attrezzatura. Arccos rileva inoltre che la precisione aumenta con l’età: tra i golfisti uomini nella fascia dei vent’anni e quelli nella fascia dei settant’anni, la percentuale di fairway centrati cresce di 18 punti. Ancora più significativo, i giocatori con handicap 30 o superiore si ritrovano in una situazione di penalità o di recupero dopo il 45,1% dei loro drive, contro circa il 12% per i golfisti con handicap inferiore a 5.

Questi numeri permettono di mettere in prospettiva la ricerca a tutti i costi di cinque o dieci metri supplementari. Per un golfista senior amatoriale che colpisce il driver a 150, 160 o 170 metri, qualche metro in più può naturalmente essere utile. Ma la qualità di un drive non può essere ridotta alla sua distanza massima. Se la ricerca di maggiore velocità produce più impatti decentrati, una dispersione superiore o un numero maggiore di colpi che obbligano successivamente a giocare un recupero, il vantaggio teorico può scomparire molto rapidamente dallo score.

Quasi dieci anni dopo, cosa resta di questo esperimento?

I limiti dell’esperimento devono rimanere chiari. Jean era un solo golfista. I 41 driver non furono testati nell’ambito di un protocollo scientifico progettato fin dall’inizio per isolare indipendentemente ogni variabile; teste, loft, shaft, pesi, lunghezze e bilanciamento generale del bastone potevano cambiare contemporaneamente. Non possiamo quindi affermare che Regular sia intrinsecamente migliore di Senior, che uno shaft da 50 grammi sia preferibile a uno da 60 o che una determinata lunghezza sia adatta a tutti i golfisti sopra i 60 anni. Questa prudenza era già presente nell’articolo originale.

Quello che questa accumulazione di misurazioni aveva però messo in evidenza era qualcosa di molto più utile, e i dati disponibili nel 2026 non l’hanno affatto reso obsoleto. Non esiste un “driver da senior” universale. L’età può accompagnarsi a una diminuzione della velocità, ma ci dice troppo poco sul livello di gioco, sul tempo, sulla mobilità, sul modo in cui il giocatore carica lo shaft, sul pattern d’impatto o sulle condizioni di lancio. Un loft maggiore può migliorare la traiettoria senza essere automaticamente ottimale. Uno shaft più leggero può aumentare la velocità senza necessariamente migliorare il risultato. Un driver più lungo può produrre molta più velocità della testa del bastone riducendo contemporaneamente l’efficienza dell’impatto. E soprattutto, uno shaft con la scritta “Senior” non è, per definizione, lo shaft migliore per un golfista senior.

In fondo, era proprio questo che Jean ci aveva insegnato prima ancora che fossero disponibili database con milioni di drive: bisogna diffidare delle prescrizioni sull’attrezzatura basate su una sola caratteristica del golfista. A 66 anni e con handicap 24, Jean non aveva bisogno di un’etichetta che decidesse cosa dovesse giocare. Aveva bisogno di provare configurazioni differenti e di misurarne gli effetti reali con il proprio swing.

Risultati di 18 mesi di test con 41 driver e un golfista senior
I principali risultati di 18 mesi di test con Jean e 41 driver: loft, flex, peso e lunghezza dello shaft, velocità di swing e qualità dell’impatto.

Nel 2026 fitting, launch monitor e possibilità di regolazione dei driver sono molto più accessibili rispetto a quando iniziammo questa esperienza. Dovrebbero quindi permetterci di ragionare meno, e non di più, attraverso categorie prestabilite. Per un golfista senior che sta pensando di cambiare driver, la domanda corretta probabilmente continua a non essere: «Quale driver è stato progettato per la mia età?»

È una domanda molto più personale:

«Quale combinazione di testa, loft, peso, lunghezza e shaft mi permette di produrre più spesso i miei drive migliori?»

Su questo punto, quasi dieci anni dopo, il nostro esperimento con 41 driver è invecchiato davvero pochissimo.

Di Laurent Agostini

Laurent Agostini è un giornalista specializzato nel golf dal 2010, fondatore di MyGolfMedia e autore di diversi libri dedicati a questo sport, tra cui *Penser avant de swinguer*. Analizza l’attualità del golf, le tecnologie, l’attrezzatura e i metodi per migliorare il gioco con un approccio indipendente, basato su fatti, dati e testimonianze di professionisti.

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