Golf e acqua in Italia: consumo idrico, siccità e gestione sostenibile dell'irrigazioneQuanta acqua consuma realmente un campo da golf in Italia? I dati mostrano forti differenze territoriali e la necessità di misurare non solo i volumi, ma anche l'origine dell'acqua e la superficie realmente irrigata.

Nell’estate 2026 la Sicilia offre una lezione utile per capire il rapporto tra golf e acqua. Al 1° agosto gli invasi dell’isola contenevano 500,71 milioni di metri cubi d’acqua, contro 311,42 milioni nello stesso periodo del 2025: un aumento superiore al 60%. Dopo la grave crisi idrica degli anni precedenti, l’Osservatorio del Distretto idrografico della Sicilia classificava inoltre, nel giugno 2026, l’intero distretto in condizioni complessive di «normalità». La pressione sulla risorsa può quindi cambiare sensibilmente da un anno all’altro, anche nello stesso territorio.

È proprio questa variabilità a rendere fuorviante qualsiasi giudizio sul golf basato soltanto sull’immagine di un campo verde. Un prelievo può avere conseguenze molto diverse a seconda del territorio, della stagione e delle riserve disponibili in quel momento. Per valutare l’impatto reale di un campo italiano bisogna quindi conoscere quanta acqua utilizza, da dove proviene, quale superficie viene effettivamente irrigata e come il consumo evolve negli anni. Il luogo e il momento contano almeno quanto il volume.

Circa 100.000 metri cubi all’anno per un campo medio

Un ordine di grandezza utilizzato in Italia proviene dalla Federazione Italiana Golf. Secondo dati FIG ripresi anche in un atto ufficiale della Regione Emilia-Romagna, nelle condizioni climatiche italiane si può stimare un consumo medio annuo di circa 100.000 metri cubi d’acqua per un impianto medio di 60-75 ettari. La domanda si concentra soprattutto nei mesi estivi: luglio e agosto possono arrivare, secondo la stessa stima, a 24.000-25.000 m³ ciascuno.

La cifra è utile, ma va interpretata correttamente. Non è il risultato di un audit indipendente e aggiornato dei consumi di tutti i circoli italiani, né significa che ogni percorso utilizzi 100.000 m³. Un campo alpino, un percorso della Pianura Padana e un resort siciliano operano in condizioni climatiche, agronomiche e idrologiche profondamente diverse. Anche il numero di buche, la superficie irrigata, il tipo di terreno, le specie erbose, l’efficienza dell’impianto e l’origine dell’acqua possono modificare radicalmente il risultato. Il valore va quindi considerato come un ordine di grandezza settoriale, non come una misura universale del golf italiano.

Ma evidenzia un elemento essenziale: il problema dell’acqua nel golf è fortemente stagionale. Una parte significativa del fabbisogno coincide precisamente con i mesi nei quali evaporazione, turismo, agricoltura e consumi urbani esercitano contemporaneamente la maggiore pressione sulla risorsa. Anche in Italia, quindi, un volume annuale racconta soltanto una parte della storia.

L’ISPRA non minimizza l’impatto del golf

Su questo punto la voce più interessante non proviene da un’associazione ambientalista, ma direttamente dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Nell’indicatore nazionale dedicato alla «Pressione ambientale delle principali infrastrutture turistiche: campi da golf», l’istituto pubblico considera il consumo di risorse — e in particolare il prelievo d’acqua — tra le principali criticità ambientali associate ai percorsi.

L’ISPRA osserva che un campo a 18 buche di dimensioni medie occupa circa 60 ettari, dei quali approssimativamente la metà richiede una manutenzione di intensità medio-alta o molto alta. Richiama inoltre l’attenzione sui campi situati in aree nelle quali le risorse sono limitate e, soprattutto nelle zone costiere, sul rischio legato all’apertura di pozzi per l’irrigazione. Un prelievo eccessivo dalle falde può favorire fenomeni di salinizzazione delle acque sotterranee, con conseguenze potenziali anche per gli usi potabili e agricoli.

È una posizione significativa perché impedisce di ridurre il dibattito a una contrapposizione tra «ambientalisti contro il golf» e «golfisti che si difendono». La stessa agenzia scientifica pubblica italiana considera la domanda idrica dei campi una pressione ambientale da monitorare. Allo stesso tempo, l’ISPRA documenta gli sforzi compiuti da una parte del settore per ridurre il proprio impatto. Le due affermazioni possono essere vere contemporaneamente.

367 golf club, ma pochi dati pubblici sui consumi reali

Nella sua scheda aggiornata al 31 dicembre 2023, l’ISPRA censiva 367 golf club in Italia nel 2022. L’istituto rilevava inoltre 16 circoli dotati di certificazione ambientale GEO e 92, pari al 25%, con il riconoscimento federale «Impegnati nel Verde». Nei dati ambientali utilizzati dall’ISPRA comparivano anche nove percorsi che impiegavano acque reflue trattate, sebbene quest’ultimo dato fosse aggiornato al settembre 2020 e non possa quindi essere utilizzato come fotografia della situazione nel 2026.

Questa differenza di data è importante. Sapere che nove percorsi utilizzavano acque reflue nel 2020 dimostra che il riuso esiste nel golf italiano, ma non permette di stabilire quale percentuale dei campi lo faccia oggi. A differenza di altri mercati europei che hanno pubblicato recentemente percentuali nazionali sull’utilizzo di acqua rigenerata, non emerge per l’Italia un dato nazionale recente e comparabile. Sarebbe scorretto colmare quel vuoto con supposizioni.

Ed è forse proprio questo uno dei risultati più interessanti dell’indagine italiana: sappiamo quanti circoli esistono, conosciamo numerosi progetti ambientali e disponiamo di una stima del fabbisogno di un campo medio, ma risulta molto più difficile sapere quanti metri cubi utilizzi realmente ogni impianto e da quale fonte provengano.

Acque reflue: una soluzione ancora da documentare meglio

Il riutilizzo delle acque depurate costituisce una delle soluzioni più evidenti. Invece di utilizzare acqua potabile o prelevare ulteriormente da falde e corsi d’acqua, un campo può, quando le infrastrutture e la qualità del trattamento lo consentono, impiegare acqua proveniente dal ciclo di depurazione. La stessa Federazione Italiana Golf include da anni la gestione delle risorse idriche tra gli elementi fondamentali per una progettazione ecocompatibile dei percorsi.

Ma il caso italiano mostra anche perché non basta scrivere «utilizziamo acqua riciclata». La possibilità di farlo dipende dalla vicinanza di un impianto di depurazione, dalla qualità dell’acqua prodotta, dalla presenza di condotte, dalla capacità di stoccaggio e dalle autorizzazioni. Inoltre, anche un’acqua alternativa rimane una risorsa che deve essere utilizzata con efficienza.

Il riuso risponde soprattutto alla domanda «quale acqua stiamo utilizzando?». Non risponde automaticamente alla domanda «ne stiamo utilizzando troppa?». Origine e quantità devono quindi essere misurate separatamente.

La Puglia mostra quanto il problema possa diventare locale

Il carattere territoriale della questione emerge con particolare chiarezza nella documentazione ambientale della Regione Puglia. La Determinazione del Dirigente Settore Ecologia n. 435 del 14 luglio 2008, relativa alla valutazione ambientale di un progetto comprendente strutture golfistiche, affrontava esplicitamente il fabbisogno idrico e richiamava il documento regionale «Golf e Ambiente – Impatti ambientali e indicazioni per la sostenibilità», sottolineando la particolare importanza della questione in un territorio come quello pugliese.

La documentazione utilizzava un confronto particolarmente forte: la quantità d’acqua necessaria per irrigare un campo durante una giornata estiva poteva essere paragonata al fabbisogno giornaliero di una comunità di 8.000 abitanti. È un ordine di grandezza inserito in una valutazione ambientale specifica e non deve essere trasformato in una misura valida per ogni campo italiano. Ma serve a mostrare quanto il consumo possa diventare sensibile quando si concentra nel periodo più caldo e in un territorio strutturalmente esposto alla scarsità.

Lo stesso documento esaminava possibili misure per ridurre l’impatto, tra cui l’utilizzo di macroterme, meno esigenti dal punto di vista idrico rispetto ad altre specie, e il ricorso ad acque reflue depurate nei periodi particolarmente siccitosi. Il punto centrale non era stabilire che il golf fosse necessariamente incompatibile con il territorio, ma verificare se le misure previste fossero sufficienti rispetto alla disponibilità reale della risorsa.

Anche un progetto con soluzioni ambientali può dipendere dai pozzi

Un secondo atto permette di approfondire la questione. La Determinazione del Dirigente Servizio Ecologia n. 196 del 19 settembre 2011, sempre della Regione Puglia, documenta un progetto turistico comprendente un campo da golf nel quale erano previste la raccolta delle acque meteoriche in laghetti artificiali destinati anche all’irrigazione e la possibilità di riutilizzare acque depurate. Allo stesso tempo, l’impianto irriguo avrebbe continuato a utilizzare una rete alimentata da quattro pozzi artesiani regolarmente autorizzati, precedentemente impiegati per l’irrigazione agricola.

È un esempio interessante perché impedisce una lettura binaria. Un progetto può raccogliere acqua piovana, depurare e riutilizzare una parte delle proprie acque e, contemporaneamente, continuare a dipendere dalle falde. Per conoscere il suo impatto effettivo bisognerebbe sapere quale percentuale del fabbisogno viene coperta da ciascuna fonte e come questa ripartizione cambia durante gli anni più secchi.

Ancora una volta, la tracciabilità dell’origine dell’acqua diventa importante quanto il consumo totale.

In Sicilia, lo stoccaggio diventa parte del progetto

Una documentazione ambientale della Regione Siciliana del 2026, relativa a una variante progettuale a Ispica, in provincia di Ragusa, offre un altro esempio concreto. Il progetto alberghiero con campo da golf prevede due laghi per una superficie complessiva di circa 22.000 m² e una capacità di invaso di 52.000 m³, destinati ad alimentare l’impianto di irrigazione del percorso.

La documentazione esamina anche pozzi situati nelle vicinanze del campo e le relative prove di portata. Non si tratta di un dato rappresentativo dei campi siciliani nel loro complesso, ma di un caso utile per comprendere la dimensione delle infrastrutture necessarie quando un percorso opera in un clima mediterraneo. Stoccaggio, origine dell’acqua e disponibilità delle falde non sono elementi accessori: fanno parte del funzionamento stesso dell’impianto.

Il caso siciliano è ancora più interessante alla luce della situazione del 2026. Gli invasi dell’isola disponevano nell’agosto 2026 di oltre il 60% di acqua in più rispetto all’anno precedente, mentre il distretto idrografico era tornato a una situazione complessiva di normalità. La sostenibilità di un percorso non può quindi essere valutata soltanto negli anni di emergenza: deve essere progettata per attraversare sia gli anni favorevoli sia quelli eccezionalmente secchi.

Le macroterme possono cambiare il modello agronomico

Tra le soluzioni tecniche, la scelta delle specie erbose ha un ruolo fondamentale. Le cosiddette macroterme, più adatte alle temperature elevate, possono offrire vantaggi nei climi caldi e ridurre il fabbisogno irriguo rispetto a tappeti erbosi meno adattati. Non sono una soluzione universale — clima locale, utilizzo del percorso, dormienza invernale e caratteristiche agronomiche devono essere considerati — ma rappresentano una delle strategie disponibili.

Un esempio è il Garda Hotel San Vigilio Golf, a Pozzolengo, che ha ottenuto la certificazione ambientale GEO. Tra gli interventi ambientali documentati figura la conversione di parte del tappeto erboso verso specie più adatte alle temperature elevate e meno esigenti in termini di risorsa idrica. È precisamente il tipo di cambiamento agronomico che può rendere un percorso meno dipendente dall’irrigazione senza ridurne necessariamente la qualità di gioco.

Ma anche questo caso deve essere interpretato correttamente. Una certificazione dimostra che determinate pratiche sono state valutate secondo criteri prestabiliti; non sostituisce la pubblicazione dei volumi di acqua effettivamente risparmiati. Per valutare pienamente il risultato sarebbe particolarmente utile conoscere il consumo prima e dopo la conversione.

«Impegnati nel Verde»: il settore italiano non è rimasto immobile

La Federazione Italiana Golf lavora da anni sulla questione ambientale attraverso il programma «Impegnati nel Verde», che comprende una categoria specificamente dedicata all’acqua. Il programma premia circoli che realizzano interventi valutati da un Comitato Tecnico Scientifico nelle categorie Acqua, Biodiversità, Energia, Paesaggio e Patrimonio storico, artistico e culturale. Tra le finalità dichiarate dalla FIG figurano la riduzione e l’ottimizzazione del consumo delle risorse naturali e lo sviluppo di politiche di ecosostenibilità nella progettazione e nella manutenzione dei percorsi.

Alla cerimonia del 2 luglio 2026, relativa ai circoli distintisi nel 2025, il riconoscimento nella categoria Acqua è stato attribuito a Druento. La stessa cerimonia ha assegnato riconoscimenti in altre categorie e certificazioni GEO a Montecchia e Torino.

Questi programmi mostrano che il settore ha identificato la gestione dell’acqua come un problema strutturale e non come una polemica passeggera. Ma la FIG indica tra le finalità di «Impegnati nel Verde» anche il «miglioramento dell’immagine del golf verso il mondo esterno». È un obiettivo comprensibile per una federazione sportiva, ma proprio per questo i riconoscimenti federali devono essere distinti dai dati ambientali indipendenti.

Premiare una buona pratica e misurarne l’effetto sono due cose diverse. Il passaggio successivo dovrebbe consistere nel trasformare le iniziative ambientali in indicatori quantitativi pubblici e confrontabili.

La critica dell’ISPRA impedisce di fermarsi alla comunicazione del settore

Ed è qui che la presenza dell’ISPRA rende il caso italiano particolarmente interessante. L’istituto documenta le certificazioni GEO, il programma «Impegnati nel Verde», l’impiego di acque reflue e altri interventi ambientali. Ma nello stesso indicatore continua a descrivere il golf come un’attività capace di esercitare pressioni attraverso il consumo d’acqua, l’occupazione del suolo, i trattamenti chimici e la modificazione degli habitat.

Le due posizioni non sono incompatibili. La Federazione mostra ciò che una parte dei circoli sta facendo per migliorare; l’ISPRA ricorda quale impatto deve essere effettivamente ridotto e misurato. Una descrizione completa del golf italiano ha bisogno di entrambe.

Questo evita anche due errori opposti. Non sarebbe corretto affermare che tutti i campi italiani costituiscano uno spreco idrico semplicemente perché irrigano superfici erbose. Ma sarebbe altrettanto fragile concludere che certificazioni, macroterme o acqua reflua abbiano già risolto il problema senza conoscere l’evoluzione effettiva dei consumi.

Un campo verde non dimostra uno spreco. Ma neppure la sostenibilità

Durante un’estate siccitosa, fotografare un campo verde accanto a un paesaggio arido produce un’immagine potente. Ma non permette di sapere se quel verde è stato mantenuto con acqua potabile, reflua, piovana accumulata, acqua superficiale o una falda regolarmente autorizzata. Senza questa informazione, la fotografia documenta una differenza visiva, non un bilancio idrico.

Il ragionamento inverso è altrettanto importante. Dire che un percorso utilizza acqua reflua o dispone di un bacino di raccolta non dimostra automaticamente che consumi poco. Potrebbe utilizzare una fonte alternativa e continuare a irrigare superfici troppo estese. L’origine dell’acqua, la quantità utilizzata e la pressione sulla risorsa locale sono tre indicatori diversi.

È proprio questa distinzione che permette di uscire dalla polemica e trasformarla in una domanda misurabile.

La soluzione più efficace potrebbe essere irrigare meno superficie

Un percorso da 18 buche può occupare circa 60 ettari, ma questo non significa che ogni metro quadrato debba ricevere la stessa quantità d’acqua. Greens, tees, aree di atterraggio e zone strategiche hanno esigenze agronomiche differenti rispetto a rough, aree naturalizzate e superfici periferiche. Una gestione adattata alla scarsità può quindi concentrare l’irrigazione sulle parti indispensabili al gioco e ridurla fortemente altrove.

Questo implica anche un cambiamento culturale. In Italia, soprattutto nelle destinazioni turistiche, un campo perfettamente verde durante tutta l’estate continua spesso a essere associato alla qualità. Ma in un clima che cambia, questa equivalenza diventa sempre più difficile da sostenere. Un percorso può essere perfettamente giocabile senza presentare una colorazione uniforme.

Una fairway gialla non è necessariamente una fairway morta. Può anche essere il risultato di una scelta deliberata: destinare l’acqua alle superfici dove serve davvero.

La tecnologia consente precisione, ma non produce acqua

Sensori di umidità, stazioni meteorologiche, controllo individuale degli irrigatori, misurazione dell’evapotraspirazione e sistemi di rilevamento delle perdite permettono oggi di irrigare con una precisione impossibile qualche decennio fa. La FIG inserisce da tempo la gestione delle risorse idriche, le dimensioni delle superfici di gioco, il drenaggio e la scelta delle essenze tra i parametri fondamentali di una progettazione ecocompatibile.

Ma la tecnologia non modifica una realtà fondamentale: un sistema di irrigazione più intelligente non crea nuova acqua. Riduce la quantità necessaria per ottenere un determinato risultato. È proprio per questo che il dato decisivo dovrebbe essere la variazione del consumo prima e dopo l’investimento.

Dire che un campo dispone di sensori è interessante. Dimostrare che grazie a quei sensori consuma il 20 o il 30% in meno sarebbe molto più utile. Senza una misurazione prima e dopo l’intervento, però, percentuali di questo tipo non devono essere presunte: vanno documentate.

Il golf italiano ha bisogno di un vero bilancio pubblico dell’acqua

È probabilmente qui che emerge la principale debolezza del sistema italiano. ISPRA pubblica un indicatore ambientale specifico sul golf, la FIG dispone di una struttura dedicata a impianti e ambiente e numerosi circoli partecipano a programmi di sostenibilità. Eppure rimane difficile costruire una fotografia nazionale recente e verificabile del consumo idrico effettivo.

Per ogni percorso basterebbero alcuni indicatori relativamente semplici: consumo totale annuo, origine dell’acqua, superficie effettivamente irrigata, consumo per ettaro irrigato, percentuale proveniente da acque reflue o meteoriche, eventuali prelievi da falda e relativa autorizzazione, capacità di stoccaggio ed evoluzione del consumo negli ultimi cinque o dieci anni.

Questi dati permetterebbero di distinguere un campo che comunica la sostenibilità da un campo che dimostra quantitativamente di aver ridotto la propria pressione idrica. Consentirebbero anche di identificare differenze territoriali che una media nazionale inevitabilmente nasconde.

Sostenibilità o greenwashing?

Il golf italiano può presentare risultati reali: programmi ambientali attivi da anni, circoli certificati, conversione a specie più adatte al clima, utilizzo di acque reflue, raccolta dell’acqua piovana e investimenti negli impianti. Ignorare queste iniziative significherebbe descrivere soltanto metà della realtà.

Ma la metà opposta è altrettanto importante. La stessa ISPRA avverte che i campi possono esercitare una pressione sulle risorse, in particolare quando i prelievi interessano territori con disponibilità limitata o falde costiere vulnerabili alla salinizzazione. Un riconoscimento ambientale non rende irrilevante questa pressione; dovrebbe contribuire a dimostrare che essa viene effettivamente ridotta.

Per questo né l’erba verde dimostra lo spreco, né una certificazione dimostra da sola la sobrietà. A fare la differenza sono il volume, l’origine, il territorio, il momento del prelievo e la loro evoluzione nel tempo.

Non esiste un’unica risposta italiana

L’Italia presenta condizioni idriche troppo diverse per essere ridotta a una sola media nazionale. Le esigenze di un campo alpino non sono quelle di un percorso pugliese o siciliano; la disponibilità estiva della risorsa, la piovosità, l’evapotraspirazione e la vulnerabilità delle falde cambiano radicalmente da un territorio all’altro. Anche all’interno di una stessa regione la situazione può cambiare fortemente da un anno al successivo, come mostrano i dati siciliani del 2025 e del 2026.

Per questo la domanda «quanta acqua consuma il golf italiano?» è utile, ma insufficiente. Una domanda migliore sarebbe: quale acqua utilizza ciascun campo, in quale territorio, in quale periodo dell’anno e quanto è riuscito a ridurne il consumo?

L’ISPRA ha già identificato il problema. La Federazione Italiana Golf ha già identificato molte delle soluzioni. Ciò che manca ancora è rendere i risultati quantitativi abbastanza accessibili da poter collegare le due cose.

Il futuro del golf italiano potrebbe essere meno verde

L’adattamento non passerà probabilmente attraverso una sola tecnologia. Richiederà specie erbose più adatte, superfici irrigate più piccole, impianti più precisi, maggiore capacità di accumulo, utilizzo delle acque reflue quando possibile e una migliore conoscenza delle risorse sotterranee. Ma richiederà anche qualcosa di più difficile da installare di un nuovo sistema di irrigazione: un cambiamento nelle aspettative dei golfisti.

Un campo italiano in agosto non deve necessariamente avere lo stesso colore di un campo britannico in maggio. Accettare una maggiore stagionalità del paesaggio può diventare parte della risposta alla scarsità idrica, soprattutto nelle regioni mediterranee.

In questo senso, anche il giallo può diventare il colore di una gestione più razionale dell’acqua.

E il dato più importante per il golf italiano dei prossimi anni potrebbe non essere quanta acqua utilizza oggi, ma quanta riuscirà a dimostrare di non avere più bisogno di utilizzare domani.

Fonti

Di Laurent Agostini

Laurent Agostini è un giornalista specializzato nel golf dal 2010, fondatore di MyGolfMedia e autore di diversi libri dedicati a questo sport, tra cui *Penser avant de swinguer*. Analizza l’attualità del golf, le tecnologie, l’attrezzatura e i metodi per migliorare il gioco con un approccio indipendente, basato su fatti, dati e testimonianze di professionisti.

Lascia un commento

Your email address will not be published. I campi obbligatori sono contrassegnati con *

errore: Content is protected !!