L’annuncio ha fatto molto rumore. Il 18 novembre 2025, Victor Perez, 33 anni, primo francese ad aderire al controverso circuito LIV Golf, ha ufficializzato la sua uscita dal PGA Tour per entrare nel team dei Cleeks. Acclamata con entusiasmo dalla Federazione francese di golf in un comunicato dai toni di “pagina storica”, questa decisione strategica solleva interrogativi profondi nella comunità golfistica, ben oltre i confini francesi. È davvero un nuovo inizio, o piuttosto l’ultimo bivio prima di un lento declino lontano dai radar dell’élite mondiale?
La decisione arriva in un momento in cui Perez aveva appena perso i suoi diritti di gioco sul PGA Tour: sembra quindi tanto una via di fuga quanto un’opportunità economica. Non lo nasconde affatto, anche se riveste le sue motivazioni con considerazioni culturali, formati innovativi e affinità artistiche con l’universo dei Cleeks: «Quello che mi colpisce di più è l’identità della squadra. Si posizionano all’incrocio tra sport, arte, cultura e moda», ha dichiarato in un’intervista esclusiva alla Federazione.
Ma per molti osservatori, il “make-up” non nasconde l’essenziale. Si tratta prima di tutto della scelta di un giocatore che non è riuscito a imporsi in modo duraturo nell’élite mondiale. E se alcuni internauti vedono in questo passaggio una scelta di carriera sensata – «Ha ragione, protegge la sua famiglia», scrive Laurent Armand –, altri vi leggono il segnale di un tetto raggiunto. Jérôme Bergère, ad esempio, è diretto: «Sembra più una via di uscita che un progetto sportivo serio. Non aveva più la carta, punto.»
Dalla vittoria ad Abu Dhabi all’inizio del 2023 – l’unica in una Rolex Series – Victor Perez ha alternato alti e bassi. Nel 2024 chiude 39° nella Race to Dubai, per poi perdersi nel 2025 con risultati insufficienti per mantenere la carta sul circuito americano. La dinamica si è interrotta. Il LIV Golf, con il suo formato senza tagli, partenze shotgun e premi garantiti da sei o sette cifre, gli offre oggi un rifugio… o forse un vicolo cieco.
Oltre agli argomenti legati al comfort – «meno stress per mantenere la carta», nota Patrick Marsoo – sono la competitività e la visibilità a sollevare dubbi. Il LIV, finanziato dal fondo sovrano saudita (PIF), ha fatto parlare molto di sé per la sua strategia di soft power sportivo, ma fatica a convincere sul piano puramente tecnico. L’assenza di punti nel ranking mondiale ufficiale (OWGR) ha fatto scivolare molti suoi giocatori fuori dalla top 100, nonostante il talento, come Bryson DeChambeau o Cameron Smith. L’attuale 110° posto di Perez rischia di peggiorare, con il concreto pericolo di scomparire dai Majors e dai grandi palcoscenici del golf globale.
Le esenzioni concesse nel 2025 dal U.S. Open e da The Open ai giocatori del LIV hanno cambiato le regole del gioco, ma restano limitate e molto competitive. «Dovrò giocare bene per guadagnarmi queste opportunità», ammette lo stesso Perez. In sostanza: anche in un ambiente più comodo, nulla è garantito. I numeri parlano chiaro: solo due giocatori del LIV hanno superato il taglio ad Augusta nel 2025 e nessuno è entrato nella top 10 di un Major quest’anno.
Le reazioni online, che si contano a centinaia, testimoniano un disagio profondo. Non tanto verso Perez in quanto tale – «Ha il diritto di fare le sue scelte», modera Gilles Lucron –, ma verso una visione del professionismo sempre più mercenaria. Philippe Barbé riassume un sentimento diffuso: «Vergogna alla FFG per congratularsi con una scelta da mercenario, quando il PGA Tour e il DP World Tour restano i circuiti puliti e sani del golf.»
A questa critica si aggiunge quella su un formato ritenuto poco serio. Per Jean-Christophe Saint-Laurans, «la sua carriera sarà finita dieci volte prima che il LIV scriva una sola pagina di storia». Ricorre spesso il paragone con i calciatori che, verso fine carriera, si trasferiscono in Arabia Saudita per monetizzare l’ultima curva discendente della loro traiettoria, lontano dal vero agonismo.
Eppure sarebbe riduttivo dipingere Victor Perez come un semplice “giocatore a fine corsa”. A 33 anni, un’età matura per un golfista, ha ancora potenziale. «Restava solo il LIV per continuare», ammette Thierry Mazeas. Ma si può anche leggere questa mossa come un rimbalzo strategico, in una lega in pieno riposizionamento, con 14 tornei in calendario e collaborazioni con l’Asian Tour, che potrebbero aprire nuovi orizzonti.
L’atteggiamento della Fédération française de golf, però, divide profondamente. Definire questo passaggio al LIV come “pagina storica” rientra in una logica comunicativa istituzionale che contrasta con la prudenza mostrata da altre federazioni. Laurent Bonjour si dice stupito: «Sono sorpreso che la FFGOLF si mostri così entusiasta di questa scelta.» E Richard Gillot rincara la dose: «Che vergogna che il sito della FFG pubblichi una cosa simile.»
Questo appoggio incondizionato fa sorgere domande. Il ruolo di una federazione è davvero sostenere ogni scelta professionale degli atleti, anche le più controverse? O dovrebbe incarnare una visione etica dello sport? Nel promuovere con entusiasmo la firma di Perez con il LIV, la FFG prende implicitamente posizione in un dibattito etico che attraversa tutto il mondo dello sport.
Sotto l’apparente neutralità, c’è un messaggio politico: quello di un golf che accetta – se non legittima – una mutazione in corso, una globalizzazione dello spettacolo sportivo, finanziata dal petrolio e centrata sull’individuo più che sulla collettività. Victor Perez diventa allora qualcosa di più di un golfista in cerca di rilancio: incarna una linea di frattura nel golf francese.
E ora? Il successo o il fallimento di questa scelta dipenderanno dalla sua capacità di competere in un circuito la cui legittimità è ancora incerta. Vincere nel LIV non garantisce né prestigio né ritorno nei grandi tornei. È un altro circuito, un altro pubblico, un altro ritmo. E forse, un altro mestiere.
Conclusione:
La partenza di Victor Perez verso il LIV Golf non è né un tradimento né un trionfo. È il sintomo di uno sport in piena trasformazione, in cui i valori vengono ridefiniti alla luce di interessi privati, dinamiche geopolitiche e scelte individuali. In gioco non c’è solo il destino di un singolo atleta: è l’immagine stessa del golf che vacilla tra tradizione e rottura. In un momento in cui i circuiti faticano a trovare una sintesi e i Major sono l’ultimo baluardo condiviso, resta da vedere se la scelta di Perez lo porterà alla posterità… o all’oblio.
